Lettura in Italia e biblioteche: perché la scuola resta decisiva
Pubblicato il 23/07/2026 alle 15:00
L'articolo prende spunto dall'ultima indagine "Libri e biblioteche. Abitudini di lettura e frequentazione. Anni 2024 e 2025", pubblicata dall'ISTAT nel luglio 2026. Si tratta della rilevazione statistica di riferimento sulle abitudini di lettura degli italiani e sull'utilizzo delle biblioteche, realizzata nell'ambito dell'Indagine Multiscopo "Aspetti della vita quotidiana". Oltre a fotografare quanti leggono libri e frequentano le biblioteche, lo studio analizza come età, genere, livello di istruzione, reddito e territorio influenzino l'accesso alla lettura, offrendo uno sguardo ampio anche sui servizi bibliotecari, sulla lettura digitale e sulle pratiche di prelettura nella prima infanzia.
Più che una semplice raccolta di statistiche, l'indagine restituisce un quadro delle disuguaglianze culturali che attraversano il Paese e del ruolo che scuole, biblioteche e famiglie possono svolgere nel favorire l'accesso ai libri. È proprio da questa prospettiva che vale la pena leggere i dati: non soltanto come indicatori dei consumi culturali, ma come elementi utili per riflettere sulle politiche educative e sulla promozione della lettura.
La verità dei dati forniti dall'Istat
Ci sono dati che non raccontano soltanto un'abitudine culturale, ma il modo in cui un Paese costruisce, o fatica a costruire, le condizioni per accedere alla conoscenza. I numeri ISTAT sulla lettura in Italia vanno letti in questa prospettiva: non come una fotografia fredda dei comportamenti individuali, ma come un segnale educativo.
Nel 2024 il 57,1% delle persone dai 6 anni in su ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi. Nel 2015 era il 59,4%. Il calo non è brusco, e proprio per questo rischia di essere sottovalutato: sembra una lenta erosione, quasi normale, mentre riguarda circa 32 milioni di lettori e oltre 23 milioni di persone che nell'ultimo anno non hanno letto libri.
Eppure, nello stesso quadro, la frequentazione delle biblioteche resta sostanzialmente stabile. Nel 2025 circa 8,3 milioni di persone hanno frequentato almeno una biblioteca, mentre l'accesso fisico e digitale, considerato insieme, raggiunge il 17,7% della popolazione. La biblioteca, dunque, non scompare, continua a essere abitata.
Spesso la lettura viene ridotta a una scelta privata: c'è chi legge e chi non legge, chi ha tempo e chi non ne ha, chi ama i libri e chi li trova noiosi. Allo stesso modo, la biblioteca viene ancora percepita come un luogo destinato soprattutto al prestito. Tuttavia, questa riduzione impoverisce il problema. La lettura non dipende solo dalla volontà individuale: dipende dagli ambienti, dalle relazioni, dalle possibilità concrete di incontro con i libri.
La lettura in Italia mostra una frattura educativa
I dati mostrano che la lettura in Italia non è distribuita in modo uniforme. Leggono di più i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, le donne, le persone con titolo di studio più elevato e le famiglie con redditi più alti. Nel Centro-Nord la quota dei lettori supera il 60%, mentre nel Mezzogiorno si ferma al 47%. Tra le famiglie più ricche legge il 72,5%; tra quelle più povere il 43,9%.
In una classe, questa distanza può prendere forme semplici: uno studente arriva avendo già una piccola biblioteca in casa, un altro incontra i libri quasi soltanto nei manuali scolastici; una bambina sceglie cosa leggere prima di dormire, un compagno associa il libro alla verifica. La stessa parola, "lettura", non indica per tutti la stessa esperienza.
Proprio per questo, parlare di promozione della lettura significa parlare di equità. Non basta invitare a leggere di più, occorre costruire contesti in cui il libro possa diventare accessibile, desiderabile, riconoscibile. La motivazione, come ricordano le ricerche sulla motivazione intrinseca, cresce quando le persone sentono di poter scegliere, di essere capaci e di appartenere a una relazione significativa.
Le biblioteche resistono perché non offrono solo libri
Il dato sulla stabilità delle biblioteche è uno degli elementi più interessanti dell'indagine. Mentre la lettura di libri mostra un lento arretramento, la biblioteca torna ai livelli precedenti alla pandemia. Le attività principali restano il prestito, lo studio, la lettura e la ricerca di informazioni, ma per molti giovani la biblioteca è anche spazio di socializzazione, formazione e presenza.
Questo cambia lo sguardo. La biblioteca non è soltanto il punto in cui si prende un libro in prestito, ma un ambiente educativo strutturato. Un luogo in cui il patrimonio librario diventa visibile e attraversabile; in cui il tempo della lettura trova una cornice; in cui anche chi non ha una consuetudine familiare con i libri può incontrare una possibilità nuova.
Immaginiamo una biblioteca scolastica aperta durante l'intervallo. Uno studente entra per restituire un volume, si ferma davanti allo scaffale dei fumetti, ascolta il consiglio di un compagno, prende in mano un manga, poi torna il giorno dopo. Non sempre la promozione della lettura comincia da un progetto complesso. A volte basta una soglia facile da attraversare.
Biblioteca scolastica e promozione della lettura nella fascia decisiva
Tra gli studenti dai 6 ai 16 anni, circa il 60% frequenta scuole dotate di biblioteca, e più della metà utilizza realmente questi spazi. Il dato va letto accanto a un altro elemento: i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni sono il gruppo che legge di più. È una fascia delicata, perché la lettura può consolidarsi come piacere oppure scivolare verso il dovere e poi verso l'abbandono.
La biblioteca scolastica interviene proprio qui, nel passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, quando il rapporto con i libri ha bisogno di autonomia. Non basta proporre titoli adatti all'età: serve uno spazio in cui gli studenti possano curiosare, sbagliare scelta, interrompere una lettura, consigliarne un'altra, riconoscersi in generi diversi: narrativa, fantasy, fumetti, manga, testi scientifici.
In questa prospettiva, il docente e il bibliotecario scolastico non sono tanto figure che prescrivono contenuti, ma facilitatori di esperienze. Possono creare un angolo di lettura meno formale, raccogliere recensioni scritte liberamente, lasciare che una classe costruisca uno scaffale tematico dopo un percorso di educazione civica. Sono gesti piccoli, ma ripetuti nel tempo costruiscono continuità.
Carta, digitale e social reading raccontano esperienze diverse
Il libro cartaceo resta il formato dominante: nel 2025 il 36,9% della popolazione legge libri cartacei, il 10,7% legge e-book e il 2,5% ascolta audiolibri. Tra i lettori, oltre sette su dieci utilizzano esclusivamente libri cartacei, mentre una parte più ridotta alterna carta e digitale o legge solo in digitale.
Il punto non è stabilire una gerarchia rigida tra formati. La carta conserva una forza particolare perché rende il libro presente nello spazio: uno scaffale in classe, una copertina sul banco, un segnalibro dimenticato tra le pagine. Il digitale, però, può ampliare l'accesso, soprattutto per giovani, studenti più autonomi e persone che cercano modalità diverse di fruizione.
Anche il social reading, pur coinvolgendo una quota piccola della popolazione, indica un bisogno da non ignorare: leggere può voler dire commentare, condividere, sentirsi parte di una comunità di lettori. Una ragazza che scrive una recensione online non sta necessariamente allontanandosi dalla lettura. Sta cercando un luogo in cui quella lettura possa avere voce.
Il digitale non sostituisce la relazione educativa: può, se progettato bene, renderla più visibile.
Rendere visibile la comunità dei lettori
Uno dei rischi della scuola è trattare la lettura come un'attività invisibile: si assegna un libro, si attende una scheda, si valuta un elaborato. Ma tra il momento in cui lo studente apre il volume e quello in cui consegna il lavoro esiste un territorio più ricco, fatto di esitazioni, scoperte, rifiuti, entusiasmi improvvisi.
Rendere visibile questo territorio significa dare valore alla partecipazione attiva. Una recensione scritta senza griglia troppo rigida, un consiglio lasciato su una bacheca, un percorso costruito da piccoli gruppi, una discussione nata da un personaggio controverso: sono modi diversi per trasformare il libro da oggetto assegnato a esperienza condivisa.
In questo senso, strumenti come Bibliogram possono sostenere questo processo, aiutando a condividere letture, recensioni e percorsi senza sostituire la relazione educativa. Il digitale, qui, non è il fine: è un mezzo per liberare tempo, dare continuità e permettere alla comunità scolastica di vedere meglio ciò che già accade intorno ai libri.
Quando uno studente scopre che il suo consiglio ha portato un compagno a prendere in prestito lo stesso romanzo, la lettura smette di essere soltanto una prestazione individuale. Diventa appartenenza.
Una responsabilità educativa che riguarda il Paese
I dati sulla prelettura mostrano quanto presto si costruisca il rapporto con i libri. Nel 2024 il 51,9% dei bambini da 0 a 5 anni legge, colora o sfoglia libri ogni giorno; il ruolo della famiglia, e in particolare del livello di istruzione dei genitori, incide sulla frequenza di queste esperienze. Anche qui, la disuguaglianza non comincia a scuola, ma la scuola può interromperne almeno in parte gli effetti.
Per questo la biblioteca scolastica non può essere pensata come spazio accessorio. In un Paese in cui molti smettono di leggere, altri non iniziano mai davvero e le differenze territoriali restano profonde, essa rappresenta una infrastruttura educativa capace di collegare libri, persone, linguaggi e possibilità. Non risolve da sola il calo dei lettori, ma incide sul modo in cui una comunità scolastica costruisce familiarità con la lettura.
La sfida non è convincere tutti a diventare lettori forti. Sarebbe una formula astratta e poco credibile. La sfida è più concreta: fare in modo che ogni studente incontri, almeno una volta, un libro non come obbligo, ma come possibilità; non come prova da superare, ma come spazio da abitare.
Da lì può nascere molto più di un'abitudine: può nascere una forma di cittadinanza attiva e consapevole.
